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Quanto è responsabile l’industria della moda?

Indumenti abbandonati lungo un argine

Secondo uno studio di Vogue, la moda e` la seconda industria piu` inquinante del pianeta: genera il 3% delle emissoni ed e` superata soltanto dall’agricoltura per quanto riguarda il consumo di acqua; usa il 25% delle sostanze chimiche del mondo e consuma il 20% dell’acqua.
Per darvi un’idea della portata di questo fenomeno pensate che una stoffa nasce sempre come sostanza enimale (lana, seta), vegetale (cotone) o in una fabbrica (poliester). Una volta raccolta o lavorata viene trasportata per strada, rotaia, mare o aria a filatori, tessitori, tintori, rifinitori, fornitori e infine ai produttori di abbigliamento che la trasformeranno in un capo finito.
Uno studio dell’istituto McKinsey mostra che, tra il 1995 e il 2014 il prezzo dei capi di abbigliamento è cresciuto assai più lentamente di quello degli altri beni di consumo, con un record nel Regno Unito dove, a fronte di un aumento del 49% del prezzo medio delle merci, quello dell’abbigliamento è diminuito del 53. Un crollo che ha innescato una reazione distruttiva: la gente cerca sempre capi piu` economici e questo ne ha aumentato la richiesta e la produzione. Ogni anno vengono prodotti circa 100 miliardi di indumenti, in media ognuno compra il 60% di indumenti in piu` di 15 anni fa e li conserva soltanto per la meta` del tempo. Si stima che ogni anno soltanto in Italia 70 milioni di capi finiscono nelle discariche e l’impatto ambientale di questo e` tremendo. La tecnologia per riciclare la stoffa e` ancora carente: ci vogliono 38 ore per produrre 1000 tonellate di capi e 12 anni per riciclarli.
Fortunatemete qualcuno sta cominciando ad accorgersi del disastro causato dall’ abbigliamento “usa e getta”.
Kering, il colosso francese della moda che controlla 16 marchi internazionali compresi Gucci e Stella Mc Cartney ha promesso che nel 2018 il 95 per cento dei propri materiali sara tracciabile perché usare materiali tracciabili significa incentivare la moda sostenibile. I grandi marchi internazionali devono ripensare il loro modello “usa e getta”. e cominciare a produrre moda sostenibile. Urgentemente.
Ma c’e` un altro aspetto ancora piu` orribile nell’abbigliamento “usa e getta”.
Nel suo libro “Slave to fashion” (Schiavo della moda) Safia Minney, un’attivista del movimento “Equo e Solidale” afferma: “Intervistando e facendo ricerche per scrivere “Slave to Fashion”, ho passato 6 mesi a incontrare donne, uomini e bambini in India, Cambogia e Bangladesh, ad ascoltare le loro storie e intervistare imprenditori e attivisti del movimento per i diritti umani e anti schiavitu`. Bambine che hanno cominciato a lavorare in tessitura a 12 anni con amici della loro stessa eta`incatenati sul posto di lavoro per sei giorni alla settimana e a 15 anni si sentivano gia` vecchi; donne rapite e contrabbandate per lavorare nell’industria del sesso e della moda, spesso minacciate di perdere il lavoro se non concedono favori sessuali ai loro capi. Una violenza disgustosa di potere, abusi e schiavitu`” (Traduzione nostra).
Cosa possiamo fare di fronte a tutto questo?
Regolare una filiera che attraversa oceani e continenti e che per la continua pressione di produrre a tutti i costi abbigliamento a bassissimo prezzo si perde in una miriade di rivoli contrattuali `e quasi impossibile. Come produttori possiamo fare molto e noi abbiamo sempre fatto la nostra parte: ci procuriamo tutti i materiali in maniera controllabile e sostenibile anche se questo spesso significa ridurre i nostri margini. Non siamo soli, per fortuna: Amy Powney, Direttrice del marchio “Mother of Pearl” ha deciso di usare soltanto materiali tracciabili provenienti da filiera etica e controllabile a costo di ridurre i propri margini e non aumentare i prezzi per andare incontro ai consumatori. Abbiamo gia` detto di Kering.
Come consumatori abbiamo il dovere di sapere che la produzione di abbigliamento a basso costo causa problemi orribili al pianeta e alle persone. La consapevolezza e` tutto: possiamo fare le nostre scelte ma devono essere scelte informate.